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Fraz. Casanova

Postato da Rebagliati Riccardo il febbraio - 26 - 2009

Casanova terra natia del Beato Jacopo autore della Legenda Aurea. Indice sicuro della prepotente popolarità di un testo sono le trascrizioni, le citazioni e i rimandi che opere successive fanno di quel testo. Così è stato per le leggende bretoni e arturiane riprese nei romanzi e nei poemi francesi e tedeschi fino poi alle trascrizioni musicali di Wagner, le chanson carolinge che rivivono con Boiardo e Ariosto fino ad arrivare a Calvino; le saghe nordiche e le favole venete (Otello, Romeo e Giulietta) che diventano patrimonio europeo attraverso le drammatizzazioni di Shakespeare e poi attraverso le interpretazioni musicali di Verdi, le visioni e i sogni ultraterreni diffusissimi attorno al Mille, che hanno la loro consacrazione di poesia attraverso la Commedia di Dante. Così e’ avvenuto per le vite di santi della Legenda Aurea di Jacopo da Varagine che è entrata nell’immaginario collettivo e soprattutto in quello dei più grandi artisti fra Medioevo, Rinascimento e Barocco, nella novellistica e nella predicazione itineranti fra Trecento e Quattrocento, attraverso molteplici volgarizzamenti, traduzioni e adattamenti, diventando un vero best seller per secoli e secoli, conservato in più di mille manoscritti, davvero tanti, tantissimi se pensiamo che la Divina Commedia in un arco cronologico paragonabile ne ebbe ottocentocinquanta. La Legenda aurea  racconta la vita di 150 santi e spiega in trenta capitoli le principali feste cristiane, concentrandosi sui momenti cruciali della esistenza terrena di Cristo. Troviamo la Natività e l’Epifania, incontriamo i martiri, seguiamo l’azione degli apostoli e vediamo all’opera quel popolo di eletti che, confidando nella fede e solo in essa, ha trasfigurato la propria presenza nella storia divenendo portatore di valori capaci di sfidare avversità e di incontrare la morte con la serenità nel cuore. Vite illustri, vite tanto umane quanto eccezionali da segnalare alla venerazione degli uomini e dei fedeli. Jacopo ha ricoperto la responsabilità di vescovo di Genova dal 1292 e, precedentemente, per 25 anni aveva governato, da priore, la provincia domenicana di Lombardia. Erano anni di tensioni religiose e sociali. Forse proprio questa intensa attività di contatti e la coscienza della fragilità della fede portano alla stesura della Legenda, avvenuta nell’arco di tredici anni tra il 1252 e il 1265. Jacopo raccoglie con scrupolo tutto quanto si diceva di queste figure eccezionali. Non trascura nulla. Ogni ritratto offre aspetti biografici, i particolari dei miracoli e la percezione presso i fedeli. Il racconto predilige la semplicità e la elementarità espositiva, proprio per una immediata comprensione da parte di tutti. I santi raccontati dalla Legenda sono prevalentemente quelli antichi, più adatti a diventare esemplari, Giovanni Apostolo, Santa Maria Egiziaca e il grande Ambrogio ad esempio. Ma non mancano santi più “moderni”. Oltre naturalmente al fondatore dell’origine dei predicatori San Domenico al quale sono dedicate molte pagine. Insomma: la legenda Aurea si presenta come un caleidoscopio incredibile di personaggi e vicende, una  grande e variopinta epopea della santità. Attraverso i racconti su Gesù e Maria e soprattutto i ritratti di eroi ed eroine cristiane dei primi secoli sviluppa una sequenza narrativa di fantasia che passa dai toni leggeri a quelli truculenti, dal sogno estatico al realismo più concreto, dal ridicolo all’orribile. La fede dei martiri ammansisce le belve, divide le fiamme, infrange le ruote, risana le membra mutilate, mette in fuga il demonio che appare nelle forme più impensate di bella fanciulla o di drago, oppure lo incatena a suo dispetto e ludibrio; suggerisce alla vergine più ingenua le risposte con cui tiene testa ai potenti, confondendoli nelle dispute o negando la loro autorità. I capitoli delle feste ecclesiastiche riuniscono tutte le leggende sui segni soprannaturali che accompagnano i fatti commemorati, spesso con sottili ripartizioni e classificazioni. L’autore cita le sue fonti: oltre le Sacre Scritture, Eusebio, Cassiodoro, San Girolamo, Agostino, Beda, san Bernardo, e le mette talora in raffronto. La significanza della materia e del corpo sono sottolineati in molti altri racconti: un novizio che ha gettato la sua tonaca alle ortiche non è convinto a rientrare in convento dalle preghiere, ma dalla sua nuova camicia di laico che prende fuoco appena indossata; un foglio scritto da San Domenico, che contiene le argomentazioni contro gli eretici, dimostra la sua verità soltanto quando esce indenne dalle fiamme in cui è stato gettato. Il quotidiano sapore delle cose piccole e consuete irrompe talvolta candidamente in queste straordinarie vite: Elisabetta di Ungheria per tenere a freno la vanità smetteva di giocare quando vinceva, dicendo “Non voglio andare avanti, il resto lo lascio a Dio” e dopo aver fatto un solo giro di ballo piantava lì tutti quanti. “Basta, lasciamo a Dio le altre danze”. Con gli exempla e le gesta dei santi, con le accattivanti trovate narrative e immagini colorite, occupa un posto di prim’ordine nella letteratura. Lo dobbiamo alla Legenda se nell’immaginario popolare San Giorgio è sempre accompagnato da un drago trafitto dalla spada, San Gerolamo è chino sulla zampa di un leone zoppicante per liberarlo da una dolorosa spina, Santo Stefano è raffigurato con i sassi che lo uccisero, San Lorenzo con la graticola dove fu bruciato, San Gregorio, filosofo e poi monaco, con una cavalletta, quella che gli saltò sul libro che stava leggendo inducendolo a sospendere la lettura. Quanto a San Cristoforo, lo si rappresenta mentre porta sulle spalle al di là del fiume un bambino pesantissimo che reca con sé tutto il mondo ed è lo stesso Gesù. Sono immagini familiari nella cultura dell’ Occidente: le ritroviamo negli affreschi delle chiese parrocchiali di campagna, da Cimabue, a  Piero della Francesca, a Giotto ad Assisi, nelle tele di Paolo Uccello, di Raffaello e del Tiziano.
Lo studio della Legenda Aurea ha evidenziato una correlazione diretta con una certa novellistica ed in particolare i paralleli con certe opere del Boccaccio emergono prepotentemente, sia direttamente sia mediate dall’opera dantesca. Certamente fu esempio nell’assidua ricerca di dare sistemazione organica alle sequenze di novelle, sistemate e presentate in una certa unità di tipo ideologico e morale o per legame di situazioni esterne, come quella delle raccolte orientali. Troviamo ad esempio in Jacopo la collocazione di Santi antichi e nuovi nel quadro dell’anno liturgico che si modella su quattro periodi della storia del mondo, la “deviazione” da Adamo a Mosè, l’età del “richiamo”, da Mosè alla nascita del Cristo, la “riconciliazione” durante l’opera del Cristo e della Chiesa, la “peregrinazione ossia lo stato della vita umana presente in cui siamo esuli e in perenne lotta”. Inoltre anche Boccaccio si rivolge ad un pubblico tutto quotidiano. Non è, la novella boccacciana, un antiexemplum, come vogliono certi critici pur preparatissimi. È semmai un exemplum, sempre a carattere dimostrativo e con pretesa di autenticità, ma sviluppato in senso diverso e con finalità e ispirazione diverse da quelli preparati e raccolti al servizio della predicazione o della trattatistica morale e ascetica. È organizzato soprattutto narrativamente e mira quindi non a fini edificanti ma a una visione umana colorita e totalizzante: a presentare cioè una commedia dell’uomo, e di tutto l’uomo, in senso positivo o negativo, nei suoi più diversi comportamenti rappresentabili in racconto. Il Boccaccio certo conosceva quelle grandi sillogi di esempi e usava certo le più moderne raccolte (come testimoniano le chiare e pesanti riprese nelle novelle e poi nelle sue opere tutte “esemplari”, De mulieribus e De casibus) e ascoltava l’aneddotica largamente derivante e presente in Jacopo da Varagine. Fra i testi “esemplari” utilizzati nel Decameron è proprio la Legenda aurea per una serie di significative intertestualità: sono presenti ricordi, visioni o citazioni di vite di Santi, parodie di alcune vicende che rovesciano gli esempi edificanti di santi e sante in avventure amorose di personaggi assai più frivoli e volitivi, ma trovano spazio anche figure virtuose ed eroiche dal profilo Mariano. Una dissacrazione, nell’ironia e nella parodia che ricordiamo però sono sempre state, e specialmente nel Medioevo, testimonianza di estrema popolarità e di profondo omaggio.
Cenni sulla vita di Jacopo
Il Beato Jacopo da Varagine nasce, con molta probabilità a Varazze, intorno al 1228. Nell’anno 1244 veste l’abito dell’Ordine Domenicano e nel 1252 gli viene conferita la cattedra di teologia. Nel 1276 è chiamato a reggere l’intera Provincia domenicana di Lombardia, comprendente quasi tutto il nord Italia ed in momenti di violentissime tensioni religiose, sociali, e politiche, ha  incarichi di notevole responsabilità in Francia ed Ungheria, mostrando grandi doti di diplomatico e promotore di pace, a contatto con alcune fra le persone di massimo spicco culturale ed intellettuale del momento. Dal 1292 diventa arcivescovo di Genova, mandato che compie con impegno instancabile e coraggio, lottando contro la guerra civile che stava dilaniando la città. Egli chiude la sua giornata terrena il 13 luglio 1298, pianto da tutto il popolo genovese come padre della patria e padre dei poveri.  Le opere più famose di Jacopo oltre alla già citata Legenda, sono: una traduzione della Bibbia in lingua volgare, i Sermones, scritti in oratoria sacra, che ne fanno uno dei padri della predicazione moderna e la Chronica Civitatis Januensis, che tratta della storia di Genova dalle origini al 1297.

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