Fraz. Alpicella
La storia della parrocchia di Sant’Antonio abate in Alpicella… La parrocchia di Alpicella, paese sito a 405 metri slm, è tra le più antiche del comune di Varazze e l’origine della sua chiesa segue, nel tempo, solo la fondazione di San Donato nel Parasio, tanto che fu probabilmente eretta nel corso del secolo XIII (1200). Nel sinodo diocesano indetto dal vescovo di Savona nel 1357 è pure presente fra gli altri anche il rettore della parrocchia di Alpicella, segno che in quel tempo era già da molti anni in attività. E’ tradizione locale che il primitivo insediamento umano della zona si trovasse molto più a settentrione dell’attuale abitato e precisamente nel vasto pianoro detto “le meugge o smeugge”, situato a circa metri 600 di quota ed attraversato attualmente dalla strada rotabile per il monte Beigua. In questa zona si rinvengono ancora, sparsi nella boscaglia, resti di cascinali e di costruzioni in pietra od in muratura arcaica e tracce di antiche strade che permettevano in quei tempi il collegamento col Giovo (attraversando i torrenti Teiro e Sansobbia), con diramazioni per Sassello, Parete e Montenotte. Un’altra strada si portava sul monte Ermetta, antico crocevia, con diramazioni per Sassello, Urbe, Tiglieto, Ponzone ed Acqui. Gli abitanti potrebbero anche avere edificato in loco una “cappella campestre” per le loro esigenze religiose.
Dai racconti tramandati oralmente dai suoi abitanti si viene a sapere che, mentre all’epoca delle incursioni saracene, testimoniate dal celebre “ponte dei saraceni”, la popolazione si era rifugiata più a nord (nella zona appunto detta le “smeugge”), in seguito la gente ridiscese più a valle, creando l’attuale paese dalla caratteristica urbana a forma di un ampio arco ovest-est, e disposto in gruppi di case. Successivamente la chiesa, divenuta piccola e vetusta, venne rifatta dalle fondamenta, assumendo l’aspetto architettonico tutt’ora esistente; la sua entrata, oggi, è posta a ponente, contrariamente alla prima costruzione, che, seguendo l’antica tradizione del tempio di Gerusalemme, aveva l’entrata a levante.Dopo tale insediamento delle Smeugge (forse in conseguenza di cessati pericoli provenienti dal litorale), la popolazione iniziò quindi a discendere gradualmente per la valle Teiro, fermandosi dapprima nella località oggigiorno chiamata Tigliè, poi occupando le altre zone, vale a dire il centro attuale, Basiga, Frandea, Ronco, Oltreacqua, Ceresa, Armuzzi, Bin, Faje… e nel contempo sorgeva pure il primo edificio religioso che successivamente fu ingrandito ed elevato a parrocchia. Se nell’archivio parrocchiale non esistono documenti che ne accertino i suoi albori, notizie frammentarie segnalano la vita primordiale dei suoi villici intorno all’anno 1139, quando il marchese Enrico il Guercio fonda la chiesa-ospedale di S. Maria in Fornelli. Tuttavia, in un documento datato 1356, viene citata l’esistenza di un villaggio, denominato San Michele (l’attuale Alpicella) e dipendente dalla sovranità di S. Maria di Castello di Savona: non si è però certi dell’attendibilità di questa corrispondenza. L’attività religiosa, in quei tempi, veniva celebrata in una chiesa chiamata appunto S. Michele, da cui il nome del gruppo di case allora già esistente (notizie queste che appuriamo dalle ricerche dello storico savonese Pongiglione). E’ tradizione locale che i padri antoniani dell’ordine di San Antonio abate, che curavano l’herpes o fuoco di Sant’Antonio mediante l’impiego del grasso di maiale, abbiano dimorato per un certo periodo ad Alpicella erigendovi un ospizio ed ospedale per i pellegrini; possedevano parecchi terreni e boschi ed ancora oggigiorno è presente vicino alla chiesa il toponimo “campo dei frati”. Il rapporto fra gli abitanti di Alpicella e questi padri doveva essere stato molto stretto se si considera che alla loro partenza gli alpicellini intitolarono la loro chiesa proprio a S. Antonio abate, con disposizione vescovile di Savona, indicato come “ministro ecclesia Alpixela”. In antico questa parrocchia aveva una giurisdizione molto estesa che la vedeva confinare a levante con S. Maria Maggiore di Cogoleto ed in parte con S. Ambrogio (Invrea), a nord con S. Giovanni Battista di Sassello, a ponente con S. Martino di Stella ed a meridione con S. Ambrogio. Sul suo vasto territorio in origine non esistevano altre chiese o cappelle ad eccezione di S. Lorenzo alle Vaglie, cappella fra l’altro molto più antica della stessa parrocchiale di Alpicella. Vari erano i beni e le pertinenze spettanti ai parroci o rettori pro tempore di questa chiesa: nel corso del secolo XVI (1500) la chiesa possedeva anche due mulini, gli unici esistenti in zona e a cui i parrocchiani dovevano obbligatoriamente rivolgersi per macinare i loro grani, legumi, biade, non senza lagnanze e proteste verso il parroco; in particolare sorsero liti e contrasti negli anni 1564 e 1571.
Nel 1565 il parroco don Enrico Rubeo si lamenta con monsignor vescovo di Savona perché diversi parrocchiani non si servono al molino della chiesa ed inoltre non adempiono agli obblighi da sempre in uso che prevedevano il versamento della decima mediante la consegna di agnelli, capretti e cosce di maiale. Nel 1574, il rettore don Jacobus Rubeus vende a Pietro Vallerga un mulino posto sul Teiro, in Alpicella, nel luogo detto “lo molino nuovo” (l’atto è rogato dal notaio Borgonovo Paolo, filza 477, archivio di stato di Savona).
Il 7 aprile 1576 il podestà di Varazze viene invitato dal magistrato dell’ufficio di sanità di Savona di fare effettuare dei controlli urgenti nella villa di Alpicella “dove in una casa sarebbero decedute in pochissimi giorni 5 o 6 persone ed un’altro familiare sarebbe deceduto a Sassello”. E’ evidente che si temeva l’insorgere di qualche epidemia o male contagioso che comunque farà la sua comparsa nel 1630, mietendo vittime proprio in questa villa, compreso anche il curato della parrocchia. Il 3 giugno del 1631 il vescovo di Savona, su istanza di alcuni parrocchiani, concede sia edificata in Alpicella una cappella campestre sotto il titolo di S. Rocco e S. Sebastiano (i quali erano i santi protettori ed invocati durante le epidemie).
Nel 1687 i massari della chiesa chiedono al vescovo, per comodità della popolazione, di poter restringere l’area cimiteriale che aveva i muri addossati alla porta d’ingresso della chiesa (ricordiamo che a quel tempo l’edificio sacro era orientato in modo opposto rispetto all’attuale e cioè l’ingresso dava sulla attuale piazza), impedendo lo svolgimento delle processioni i cui partecipanti dovevano anche sopportare i miasmi maleodoranti provenienti dall’attiguo cimitero (in quel tempo non esistevano norme sulle sepolture, né tanto meno regolamenti d’igiene). Nel 1763 gli abitanti delle località di Isola, Mogliarina e Bossarea, (poste a sud del convento del Deserto), inviano una supplica al vescovo per far presente la loro situazione di disagio per la lontananza dalla parrocchia di Alpicella, che è di circa 5 miglia, ed in occasione di funerali – “sono obbligati a pagare di proprio li portatori dei cadaveri ed altresì essendo anche male assistiti per la somministrazione dei Sacramenti così che si rivolgono ai reverendi padri carmelitani del Deserto che se non ci fossero questi morirebbero senza i necessari sacramenti”. Inoltre chiedono di essere incorporati nella neo costituita parrocchia di Casanova, eretta nel 1750, in quanto una volta dipendevano dalla parrocchia di Varazze. Quest’ultima affermazione è molto dubbia in quanto risulta da documenti di epoca tardo medioevale che le località in questione erano sottoposte al parroco di Alpicella; a meno che i supplicanti non volessero riferirsi a tempi molto più lontani. Il 7 maggio 1827 la popolazione di Alpicella invia una supplica al vescovo con richiesta di poter costruire, sopratutto per lo svolgimento delle processioni, una strada attorno alla chiesa e di poter demolire parte del muro cimiteriale. Nel 1844, sulla relazione dello stato della parrocchia, si apprende che esistevano sul suo territorio numero 5 cappelle cosi elencate:
- cappella ed oratorio posto sulla piazza della chiesa, sotto il titolo della Beata Vergine Maria di cui s’ignora l’anno di costruzione; – cappella nel quartiere Ratti, intitolata a San Sebastiano e fatta erigere da Bernardo Ratto, inaugurata nel 1692; – cappella nella borgata Oltreacqua, intitolata alla Madonna della Misericordia di Savona, fu eretta nel 1700 da un certo rev. Vallerga Emanuele; – cappella sita nel quartiere Vaglie intitolata a San Lorenzo, s’ignora l’epoca della sua erezione ma da tradizione risulta essere antichissima; – cappella posta nel quartiere Pero intitolata a Nostra Signora Annunziata e S. Antonio da Padova, fu eretta nel 1770.
Nel 1888 furono intrapresi importanti lavori di ristrutturazione della chiesa della quale ne fu invertito l’orientamento, spostando la facciata ed ingresso a ponente come appare oggigiorno e fu interamente demolito quello che restava del vecchio cimitero sostituto da un piazzale. Il disegno della nuova chiesa venne progettato da un autodidatta carmelitano e la sua ricostruzione risale al 1888, caldamente voluta e caldeggiata dal canonico Poggi Pietro, il quale ebbe l’appoggio finanziario ed operativo dei suoi parrocchiani, riuscendo così a vincere l’ostilità dell’allora famoso Pietro Ratti, persona in quel tempo molto influ¬ente. Lo stile architettonico è a croce greca, la cui caratteristica consiste nella parità di distanze nell’interno della chiesa, longitudinali (altare maggiore – porta principale d’accesso) e laterali (altari collaterali). Essa è stata costruita tutta in pietra e mattoni, con la volta non di canniccio, ma in muratura come i muri perimetrali. L’interno della chiesa riscopre patrimoni artistici di grande valore: esso è composto di un altare maggiore che risale senza dubbio al 1500 e il cui palio è di marmo intarsiato su disegni mosaici, con figurazioni di gigli su sfondo rosa pallido e lateralmente orna¬to di pregevoli colonnine color verde scuro con fini capitelli, mentre i suoi gradini sono anch’essi di marmo intarsiato in bianco e nero. Dietro l’altare maggiore c’è un antico coro in legno, opera del 1600, mentre la sacrestia con armadi, banche e credenze in noce nostrana è antica del 1500.
All’entrata si trova un’acquasantiera del 1560 ed esternamente una croce in pietra megalitica, tutta di un pezzo, costruita nel 1739.
L’antico organo era stato fabbricato dalla famosa ditta Agati di Pistola nel 1866. II campanile è dotato di cinque campane, di cui una, detta del fuoco, è del 1678 ed un’altra, chiamata “campanetta”, del 1500.
A fianco l’altare maggiore, in una nicchia, si ammira una pregevole statua di S. Sebastiano, opera dello scultore genovese Navone; nella nicchia di fronte si trova la statua di San Marco con il leone. Il suo patrimonio artistico, oltre a essere arricchito di tessuti ed argenterie di valore, possiede in buono stato bellissime opere in legno, quali le statue della Madonna del Carmine, di Sant’Antonio abate, di San Giuseppe con il Bambino, di San Lorenzo martire – opera questa del 1700 -; tre affreschi rinascimentali basati su ardesia che rappresentano la Passione di Cristo (una caduta, una lavanda dei piedi, una cena Domini), due tavolette rappresentanti gli Apostoli S. Giovanni e S. Paolo facenti forse parte di un polittico; fa inoltre bella mostra un enorme Cristo da processione ed anche un antichissimo manoscritto musicale di cori gregoriani, la cui scrittura musicale è fatta con l’arcaica notazione “quadrata”. Ma ciò che rende ancora più orgogliosa la chiesa di Alpicella sono tre altari monumentali, opera del famoso architetto genovese Galeazzo Alessi, fra l’altro progettista del disegno del porto di Genova, delle chiese genovesi di Carignano e Delle Vigne e dei palazzi principeschi dei Doria e dei Pallavicino. Il Galeazzo Alessi, nelle espressioni delle sue opere, subì senz’altro l’influenza artistica di Michelangelo.
Questi tre altari provengono addirittura dalla cattedrale di San Lorenzo di Genova, che decise di cederli quando, nel 1895, l’arcivescovo Reggio volle riportare le strutture della cattedrale allo stile gotico.
Sono opere importanti e di fattura estremamente artistica e vennero cedute alla parrocchia di Alpicella grazie all’arguzia del parroco don Puppo, che al prezzo di circa lire 8-10mila ne perfezionò l’acquisto nel 1896/97, vincendo la resistenza della curia genovese, che saputo del loro trasferimento in quel di Alpicella non voleva più cederli, ma infine dovette fare fede al contratto già stipulato.
Si racconta che gli altari, scaricati a Varazze, furono trainati al paese su carri con buoi che tutti gli alpicellini avevano messo a disposizione, incitando gli animali lungo l’irta e faticosa salita…
Inoltre, a partire dal 1750, con la erezione della parrocchia di Casanova, iniziò la divisione del territorio dell’antica parrocchia di Alpicella, proseguito con la creazione della parrocchia del Pero (rettoria ecclesiastica) nel 1917 e successivamente a seguito della formazione della parrocchia di Nostra Signora delle Grazie di Faje nel 1948.